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SULLA RAGION DI STATO di Andrea Oddi 10/09/2007


  Molti dei mali causati dal modo di fare politica odierno, potrebbero risolversi se solo si centrasse l’attenzione su un aspetto decisivo per le sorti della società italiana. Infatti il pensiero egemonico di oggi deriva dall’imposizione dall’alto di un principio di gran lunga errato: il primato dell’economia sulla politica, sancito dall’intoccabile ideologia liberista.

Abbiamo dimenticato che l’economia deve essere uno strumento utile all’attuazione del pensiero politico e deve esserne in un certo senso l’emanazione diretta. Oggi destra e sinistra partono dalle cifre di bilancio (da rispettare rigorosamente) per impostare l’azione politica.

Immaginate una famiglia che decide se un figlio andrà all’università in base ai soldi che ha deciso di mettere da parte ogni anno. Infatti è proprio di questo che si parla. Nessun genitore assennato ragionerebbe in questo modo; piuttosto farebbe un secondo e se necessario un terzo lavoro pur di concedere ad un figlio la possibilità di realizzarsi.

Invece i nostri governanti prima decidono quanto mettere da parte e poi vedono quello che si può fare per i poveracci.
L’unico punto inamovibile per loro è il proprio compenso… chiedo scusa, in realtà il punto si muove ma solo in avanti.
Qui giunge il nodo della questione: possiamo ancora accettare che la ragion di stato venga sopraffatta dalla ragion di famiglia?
L’interrogativo in altri tempi non avrebbe richiesto molto tempo per la risposta visto che il conflitto tra le due ragioni si risolveva sempre a favore della più alta e nobile (quella di stato).

Dalla discordanza tra l’interesse personale e il dovere verso il proprio ruolo sociale sono nate tutte le tragedie greche e di riflesso latine. Dallo struggente confronto tra l’individuo e la sua vocazione sociale sono nati i gesti più nobili.
Oggi assistiamo al rovesciamento di questo fronte perché, in barba a tutti i principi morali, ogni politico, ogni uomo di potere, ogni rappresentante di istituzioni si porta dietro il suo piccolo feudo da mantenere. L’Italia dei ‘clientes’ non è mai finita. Rispetto al feudalesimo però sono cambiate alcune cose, come ad esempio la coesione sociale, il senso di appartenenza, i consumi e i bisogni delle famiglie. In passato ogni abitante del feudo sapeva quale era l’orizzonte degli eventi, lo scenario in cui si svolgevano e il ruolo a cui ognuno era destinato. L’immutabilità di questo equilibrio ha garantito la sopravvivenza degli individui che vi appartenevano. Con questo non voglio idealizzare un’epoca, che aveva certo molti difetti, ma voglio evidenziare il fatto che non siamo bravi a trarre i giusti insegnamenti dalla storia. Parte del senso del proverbio “si stava meglio quando si stava peggio” si offre ad una lettura sociale di questo tipo: non avevamo nulla ma eravamo felici (coesione sociale) oggi non ci manca nulla ma siamo tristi.

Si dovrebbe riflettere su questo aspetto per poter rilanciare l’importanza dei valori all’interno del tessuto sociale.
La coesione interna dei membri della società mal si accorda con il concetto tutto egoistico della ragion di famiglia ma che oggi è la ragion dell’IO impostasi nelle società consumistiche.

Ognuno di noi dovrebbe fare un esame di coscienza e sinceramente ripensare a quante volte abbiamo calpestato dei valori più grandi dei nostri miseri interessi. Le lamentele sono sempre tante ma nessuno mai parte da sé stesso per analizzare i mali che contestiamo.
In sostanza il liberismo economico, così come oggi si propone, trova un suo riflesso nelle cose di cui parlo in questo articolo. L’interesse privato va legittimato in virtù della propria capacità di accaparrarsi risorse a discapito di altri nostri simili.
La capacità competitiva delle persone, delle aziende, degli enti pubblici è primario rispetto al resto, anche a costo di causare conflitti disgreganti.

Il liberismo sfrenato su cui poggiano le economie degli stati occidentali è la trasposizione in chiave economica della legge del più forte, mutuata dalla teoria evoluzionistica di cui tanto andiamo fieri. Vi domando che mondo è quello in cui si vive senza solidarietà, dove il più forte regna anche se trasgredisce palesemente le regole del gioco (perché il liberismo non vuole regole), anche se crede di poter comprare tutto con il denaro, dove “tutto ha un prezzo e niente ha un valore” (citazione di un testo di Francesco De Gregori tratto dall’album “Pezzi”). Noi tutti siamo stati irretiti, illusi dalla vana speranza di poter costruire la nostra vita senza Dio, riponendo la nostra fiducia in un superuomo che non c’è. La mia domanda finale è la seguente: cui prodest? Ovvero a chi giova questo stato di cose, a noi poveri e comuni mortali o a quei gruppi, società, aziende e persone che hanno costruito questo meccanismo in base alla loro ‘forza contrattuale?
A voi la risposta.


Saluti Andrea Oddi. 








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