Vedo che la birra mette in moto il cervello di molti, almeno a giudicare dagli interventi nel guest-book. In effetti dire che a Trasacco si consumano fiumi di birra mi sembra abbastanza riduttivo.
Nello studio relazionato nel 1994 dall'attuale rettore dell'Università dell'Aquila prof. Ferdinando Di Orio, risultò che Trasacco ha un consumo pro-capite annuo di birra più alto rispetto a Monaco di Baviera. Questo è uno di quei dati che non si dimenticano facilmente!! Indagare le cause di tale fenomeno al giorno d'oggi non è utile quanto un tempo.
Infatti prima c'era una stratigrafia sociale e culturale ben definita dei consumatori di birra e di alcolici, oggi invece il consumo è ugualmente diffuso senza distinzione di fasce sociali, sesso e fasce di età (grazie alle ammiccanti campagne pubblicitarie che non lesinano denaro quando si tratta di indurre l'abitudine al consumo). Confesso che anche a me piace bere birra, nelle giuste quantità ovviamente, ma le feste della birra a Trasacco mi sembrano solo un motivo in più per far baldoria e sono sicuro che l'effetto sarebbe lo stesso anche se la festa fosse dedicata al vino o al cibo. Ne è la riprova l'abbondanza di eventi culinari in tutta la nostra penisola. Esistono numerose associazioni nazionali che hanno come scopo la promozione di percorsi cultural-culinari, con lo scopo di valorizzare i prodotti locali. Alla fine predomina sempre lo spirito godereccio di cui anche la festa della birra è manifestazione, forse deteriore ma comunque dello stesso stampo. Non che io non sia d'accordo con chi vuole far conoscere i propri prodotti tipici e molte volte sono anche motivo di vero approfondimento culturale ma questo manca del tutto in molte manifestazioni.
Ad esempio non ho mai visto nessuna seria riflessione sul perché di alcuni prodotti tipici. Quanti di voi sanno che gli insaccati nascono dalla necessità di non buttare via nulla del maiale (specialmente la coppa). Questa necessità dipende dalla rarefazione dei beni alimentari che da sempre contraddistingue la nostra zona? Quanti di voi sanno che i piatti come i quagliatelli, i noccari, le freselle, la cartamusica, i pisarei, i testaroli e molti altri ancora rispondono alla necessità di risparmiare le uova, di non gettare la mollica del pane e di riempirsi lo stomaco con piatti poco costosi? Ho cercato di fare esempi che abbraccino tutta l'Italia per sottolineare il comune denominatore del risparmio. Alla luce di quanto ho appena detto mi sembra un controsenso volersi abbuffare in nome di una tradizione culinaria abituata a centellinare le risorse per non morire.
Sono sicuro che, se i nostri avi avessero avuto la nostra stessa abbondanza e disponibilità di risorse alimentari, non si sarebbero mai sognati di aguzzare l'ingegno anche in cucina. La loro vita è stata segnata dagli stenti la nostra dagli sprechi. Non voglio fare la predica a nessuno in particolare, ma solo suscitare un approccio più vero alla conoscenza dei cibi che oggi celebriamo e che consumiamo in quantità dannose per la salute. La pietanza dei quagliatelli rappresentava un piatto unico. Non c'era un antipasto prima, né un secondo e un contorno dopo.
La cultura contadina è fatta di frugalità e per apprezzare veramente questi piatti dovremmo degustarne uno per pasto, lentamente, godendoci anche l'ultimo sapore di coda. Ho fama di essere una buona forchetta ma mai mi sognerei di mangiare in un unico pasto tre primi tipici di un luogo, due secondi di un altro luogo, e dessert di un altro luogo ancora.
La cultura e la conoscenza dei piatti tipici di un luogo, se si è veramente desiderosi di entrare nel cuore della vita di un luogo, vanno vissuti come cittadini locali, bisogna scoprirne pregi e difetti.
Capisco che è faticoso ma la cultura, quella vera, è un’esperienza totalizzante. Essere stati in vacanza in un luogo non vuol dire conoscerlo, allo stesso modo in cui non si può dire di conoscere una persona solo perché la incontriamo nel nostro cammino di vita.
Noi siamo abituati alle vacanze in comodi villaggi turistici, in navi da crociera, ai voli last minute. Tutto è diventato materiale di consumo, anche i viaggi. Spesso ci accontentiamo dei pacchetti confezionati dai tour operators e non ci sogniamo minimamente di andare oltre quella bella facciata ricca di turisti e gadgets.
Il viaggio, sia metaforico che fisico, pretende la nostra attenzione, la nostra disponibilità a metterci in gioco e a contaminarci con le cose che viviamo. In fondo se non ci fosse stata la ‘contaminatio’ di conoscenze non avremmo avuto l’Umanesimo-Rinascimento, il Jazz, il Blues, tutte le culture di confine non sarebbero state tali.
Un approccio profondo verso la conoscenza del mondo comporta la responsabilità del sapere, che deve riflettersi sul comportamento quotidiano. Ecco perché dico che non vedo molta differenza fra slow-food e festa della birra: in entrambe i casi si tratta solo di voglia di divertirsi di evadere ma non di conoscere e di confrontarsi.
L’imperativo di oggi è divertirsi, addormentando la coscienza con alcool e droghe. Per quelle persone che pensano di essere al riparo perché indenni da vizi, ci sono ben altri mali. La coscienza si addormenta anche con la specializzazione dei saperi. Oggi il mondo della scuola fa di tutto per specializzare perché acquisire un punto di vista specialistico nega la visione d’insieme delle cose. Molti dicono che si deve saper fare bene una sola cosa e questo è molto sbagliato.
Credo che il mio amico Ilio convenga con me sull’importanza delle capacità meta-cognitive, quelle per le quali si impara ad astrarre un modello da un fatto contingente e lo si applica in altri ambiti di esperienza. Pochi rivolgono l’attenzione a questo aspetto perché alla società attuale non servono i Leonardo, i Leon Battista Alberti, i Giordano Bruno e i San Tommaso Moro, servono tutti piccoli ingegni specializzati a tal punto che la loro specializzazione diviene steccato, diviene il miglior modo possibile di leggere la realtà secondo loro stessi. E’ bene togliersi di dosso anche quest’ultimo relitto di pseudo-scienza, oggi si parla di tecnica pensando di parlare di scienza e non c’è distinzione tra inventore e scienziato.
Il mio consiglio a chi legge è quello di non accontentarsi delle strade che gli altri hanno tracciato per noi, è più bello scoprire il nostro percorso tra mille difficoltà e con tanta soddisfazione piuttosto che farsi raccontare il viaggio di qualcun altro.
Avevo proprio ragione, la birra mette in moto il cervello di molti. Forse sono andato un po’ oltre ma che volete farci: la birra è la birra!
Salute (oops ) Saluti Guvnor.